Vitamina D e COVID-19, cosa c’è di vero?

In questo periodo, molto si è detto e scritto sulla vitamina D e sul suo effetto preventivo nei confronti dell’influenza da COVID-19.
 
Uno studio scientifico pubblicato in questi giorni ha evidenziato una probabile associazione tra livelli medi di vitamina D e casi di COVID-19. Da questo studio, si evince che “I livelli di vitamina D sono molto bassi nelle persone anziane soprattutto in Spagna, Italia e Svizzera.”
 
Questo può essere spiegato da diversi fattori culturali, alimentari e ambientali.
Un terzo del fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dall'alimentazione: pesci grassi come salmone, sgombro e aringa e latticini freschi. Questi cibi sono più presenti nella cultura alimentare del nord Europa. (Inoltre, in questi Paesi, sembra esserci un maggior utilizzo di integratori alimentari contenenti vitamina D.)
Il resto della vitamina D si forma per effetto dell’esposizione ai raggi UVB. L’esposizione al sole per le persone anziane, in Paesi come Italia e Spagna, è più problematica poiché le radiazioni solari sono più “forti” e quindi si tende a non far esporre troppo gli anziani soprattutto nei periodi più caldi.
 
Da queste semplici osservazioni si può capire perché è stata riscontrata questa differenza per quanto riguarda la quantità di vitamina D nelle popolazioni studiate. Successivamente viene indicato come questa fascia più debole della popolazione è la più soggetta ad uno sviluppo pericoloso dell’infezione virale.
 
Come è ormai accertato da molte ricerche, la vitamina D ha importanti funzioni per l’organismo in quanto interviene in diversi processi vitali come la divisione cellulare, il sostegno della salute di ossa e denti e il mantenimento della funzione muscolare. La vitamina D, inoltre, contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario poiché favorisce l’azione dei globuli bianchi deputati alla difesa del nostro organismo.
 
In conclusione lo studio, che si può trovare cliccando qui, dimostra come ci siano relazioni significative tra bassi livelli di vitamina D e casi di COVID-19, in particolare la mortalità causata da questa infezione ma continua sostenendo che: “Dovrebbero essere eseguiti altri studi dedicati al mettere in relazione livelli di vitamina D in pazienti COVID-19 con diversi gradi di gravità della malattia.”
 
La ricerca effettuata non dimostra che la vitamina D è una risposta miracolosa per la prevenzione delle infezioni virali ma mette bene in evidenzia come “il gruppo di popolazione più vulnerabile al COVID-19, è anche quello che presenta i livelli di vitamina D più carenti”.
 
Il consiglio è sicuramente quello di incoraggiare, per tutte le fasce d’età, l’assunzione di alimenti che contengono vitamina D e l’esposizione al sole per almeno 15-30 minuti ogni giorno. Se questi due comportamenti sono di difficile applicazione allora è possibile promuovere l’assunzione di integratori per incrementare i valori di Vitamina D.
 
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